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Luigi Caccia Dominioni

Dal 13.11.2016 al 10.12.2016

L'architetto milanese ci ha lasciato. Avrebbe compiuto 103 anni il 7 dicembre. Esequie martedì 15 novembre alle ore 11 nella Basilica di Sant'Ambrogio. Lo onoriamo attraverso un ricordo di Cino Zucchi

Luigi Caccia Dominioni ci ha lasciato. Avrebbe compiuto 103 anni il 7 dicembre.
Esequie martedì 15 novembre alle ore 11 nella Basilica di Sant'Ambrogio.
Lo onoriamo attraverso un ricordo che ci ha mandato Cino Zucchi

 

Luigi Caccia Dominioni: invenzioni e urbanità di un maestro involontario
Luigi Caccia Dominioni ci ha lasciato oggi.

Caccia era nato nel 1913 a Milano il giorno di S. Ambrogio, in piazza S. Ambrogio, da un padre di nome Ambrogio; la collimazione astrale di data, luogo e geni sembra aver segnato il suo destino professionale, ma anche costretto la critica verso una lettura tutta “locale” della sua figura.

Un passa-parola inaspettato aveva negli ultimi anni allargato l’interesse per il lavoro di Caccia dai confini stretti di Milano fino ai percorsi ramificati della cultura mondiale, generando un turismo spontaneo per visitare i suoi edifici disseminati come piccole gemme discrete nella nostra città.

La scarsità di monografie sul suo lavoro può essere vista come un segno della difficoltà di incasellarne il profilo nel quadro della cultura architettonica italiana, ma anche come conseguenza intenzionale di un atteggiamento che ha sempre animato il lavoro di Caccia: quello dell’architettura come “servizio” a un cliente, a un’istituzione, alla comunità del territorio al quale l’edificio appartiene. Questa convinzione di natura etica rendeva per lui ogni progetto un caso specifico, le cui difficoltà erano stimoli per arrivare a soluzioni particolari, non riproducibili; e le cui limitazioni sono capaci di accendere l’arguzia progettuale dell’autore, generando inusitati spazi o figure capaci di risolvere con naturalezza l’eterogeneità delle condizioni alle quali devono sottostare.

In virtù di un pregiudizio di natura sociale - che lo ha relegato tra le figure “aristocratiche”, in sintonia con i valori e i gusti dell’élite che ha guidato la crescita economica di Milano - il lavoro di Caccia Dominioni è stato dai più letto nelle chiavi della “tradizione” e della “continuità”, due parole che hanno marcato il dibattito architettonico italiano nel secondo dopoguerra. La coscienza che un’architettura non possa essere un fatto autonomo, e che vada piuttosto osservata nelle sue molteplici relazioni con il proprio intorno geografico e culturale, non ha tuttavia mai inibito in Caccia l’azione della sua altra e più profonda dote: una straordinaria capacità di invenzione spaziale e figurativa a partire da un vincolo tecnico, da una preesistenza ingombrante, dal confronto con la personalità forte di un cliente. Questa libertà inventiva riesce sempre a esaltare uno specifico “carattere” del progetto, in grado di dialogare su più piani con il contesto allargato proprio in virtù della propria individualità.

Charles Baudelaire aveva paragonato tra loro le figure apparentemente complementari del dandy e dell’asceta, per la loro comune sensibilità e ricerca di purezza; ambedue, coscienti dei codici sociali o morali, ne rifiutano la parte esteriore, ostentabile, e tuttavia ne accettano la dimensione convenzionale, necessaria all’umana convivenza. Queste due tensioni emanano congiunte dalla vita di Caccia Dominioni, ricca di aneddoti che prendono il valore di piccole parabole; ma anche e soprattutto dal suo lavoro, che assume una dimensione “edificante” nel rifiuto di distinguere tra struttura e figura, tra problema e soluzione.

Le meravigliose opere giovanili della casa in piazza Sant’Ambrogio e del convento di via Calatafimi, gli intarsi urbani di corso Italia, corso Monforte, via Case Rotte, gli uffici di corso Europa e di piazza Velasca, i condomini di via Nievo e piazza Carbonari, il disegno di mobili per Azucena, l’incredibile numero di restauri e di interni rifulgono oggi come gemme che punteggiano la città di Milano.

La frase di Winston Churchill “We shape our buildings, and from that moment our buildings shape us”, potrebbe essere messa come epigrafe su ogni suo edificio, sfondo amato di una vita civile ricca di interazioni, di risonanze, e delle felicità inaspettate che ancora l’ambiente urbano ci sa dare.
Cino Zucchi

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