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La casa popolare

Dal 27.04.2011 al 28.05.2011

E' on-line l'itinerario dedicato alla casa popolare, curato da Marco Lucchini, che ripercorre un secolo di ricerche sul tema dell'abitare tra Milano e Provincia

La sezione online degli itinerari di architettura milanese si arricchisce di un nuovo percorso tematico intitolato “La casa popolare”, a cura del Prof. Marco Lucchini. L'itinerario prende in esame alcuni quartieri di edilizia pubblica analizzandone i caratteri tipologici e morfologici: si evidenziano così i diversi approcci al tema dell'abitare nella costruzione della città moderna succedutisi nell'arco di un secolo di storia urbana, dal '900 ad oggi.

La legge Luttazzi del 1903 è la prima in Italia che istituisce finanziamenti pubblici per la creazione di abitazioni a basso reddito e ha avuto il merito storico di avviare una lunga stagione di sperimentazioni sul tema della residenza: le prime esperienze vertono su soluzioni con corpi di fabbrica disposti lungo il perimetro degli isolati, con qualche variante relativa al livello di permeabilità verso la strada. Tra questi primi quartieri, il Mac Mahon (1908-1909) si distingue per un'insolita varietà tipologica, forse ancora frutto di una certa indeterminatezza teorica e sociale del concetto di casa “popolare”: case a schiera, corti con ballatoi e villini a due piani vengono messe a confronto nel medesimo contesto urbano, evidenziando la loro differente capacità di costruire un'immagine di città.

Con i primi quartieri razionalisti viene a rompersi la tradizionale disposizione a blocco chiuso, edificato lungo i margini degli isolati, in favore di un orientamento eliotermico con corpi edilizi paralleli, i cui parametri di distanza reciproca sono rapportati alle loro altezze. Esemplificativo di questo inedito principio insediativo, radicalmente differente rispetto al tradizionale costruirsi della città storica, è il quartiere Fabio Filzi (1933-1935) di Albini, Camus e Palanti.

Nel dopoguerra le questioni tipologiche e aggregative assumono maggior grado di complessità per l'inclusione di variabili connaturate al rapporto con la scala urbana: il quartiere Harar (1951-1955) propone varietà tipologiche significative attraverso l'affiancarsi delle “insulae” ai “grattacieli orizzontali”, sulla base del disegno urbano vagamente “a turbina” concepito da Figini, Pollini e Ponti. Diversamente il quartiere Comasina (1953-69), pur nella sua frammentarietà e incapacità di proporre una precisa gerarchia tra gli edifici, evidenzia l'importanza della separazione tra il traffico automobilistico e pedonale proponendo una serie di edifici immersi nel verde. A questo principio, il quartiere Feltre aggiunge il tema del margine urbano, con l'edificazione di alti e più rarefatti blocchi edilizi, chiaramente riconoscibili, immersi in un parco.

Negli anni Sessanta, con il piano Gescal che si avvicenda all'esaurita esperienza dei quartieri INA, si opera un salto di scala andando a costruire ancor più in periferia, acuendo la difficoltà di ricreare, in aree ampiamente marginali, il carattere di urbanità imposto dai rilevanti volumi insediativi. E' il caso del quartiere Quarto Cagnino (1967-1973) collocato lungo la direttrice ovest, dove un'unica tipologia abitativa di differenti metrature genera dei poderosi corpi edilizi alti otto piani e lunghi fino a trecento metri che, grazie a i pilotis, scavalcano le strade, con un esito dalla forte valenza figurativa.

In anni recenti l'edilizia pubblica ha avuto un momento di rinnovato interesse grazie alle due edizioni del concorso Abitare Milano, che ha portato alla realizzazione di alcuni quartieri ubicati in aree residuali della periferia. A questo proposito, un caso emblematico è costituito dal quartiere di via Gallarate (2005-2009), dove il completamento di un isolato residuale lungo l'asse nord-ovest di via Gallarate (luogo privilegiato dell'esperienza Gescal) ha posto ai progettisti la difficile sfida di “fare città” in contesti complessi e problematici.

Barbara Palazzi
Alessandro Sartori

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